Ingresso dell’Arcivescovo S. E. Mons. Matteo Maria Zuppi

Saluto alla città

Ingresso dell'Arcivescovo Matteo Maria Zuppi

Sabato, 12 Dicembre 2015

  in San Petronio

Saluto del Sindaco Merola

Saluto del Vicario Generale Mons. Giovanni Silvagni

 

Saluto dell’Arcivescovo di Bologna Mons. Matteo Maria Zuppi

 

Ringrazio di cuore per il calore della vostra amicizia, che mi conferma sulla fama che accompagna la nostra città, quella dell’accoglienza, intelligente, umana, piena di quella bonomia che relativizza i problemi e permette di affrontarli senza l’inganno dell’enfasi o la rigidità dell’ideologia. Mi hanno molto colpito le numerosissime manifestazioni di  affetto di queste ultime settimane, arrivate anche molto prima della nomina (che debbo dire era più conosciuta a Bologna che a Roma!). Vorrei in questo primo saluto manifestare io la mia gioia e la mia gratitudine per essere stato inviato da Papa Francesco, che ringrazio per la fiducia che mi mostra, a camminare con tutta la città di Bologna, con i suoi uomini e le sue donne. La chiesa nella città non è un fortino distante dalla strada, ma è una presenza prossima, oserei dire materna, che si unisce al cammino, a volte tanto faticoso per molti in questi tempi di crisi e di paura. Le nuove sfide chiedono risposte nuove a tutti noi. Mi sento forte, però, della testimonianza di tutti i pastori che mi hanno preceduto, dal Cardinal Lercaro interprete appassionato di quella stagione di Pentecoste al carissimo Card. Caffarra che ringrazio ancora per il suo servizio e per l’accoglienza sensibile e paterna che mi ha riservato e per il quale, derogando alla sua riservatezza, propongo un applauso di omaggio e di commosso saluto. Al termine della celebrazione pregherò sulla tomba del Cardinale Biffi, domandandogli la sua intercessione e un po’ della sua penetrante intelligenza.

Dobbiamo crescere per non invecchiare e guardare senza ipocrisie il mondo di oggi. Quanto è facile per tutti chiudere gli occhi o rendere virtuale la realtà! Il Concilio affermava che “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. E questo mi aiuta a non avere paura di tutto ciò che è umano. Non è questo il pericolo che ci minaccia quanto piuttosto il credersi puri perché non ci sporchiamo le mani. Il pericolo è l’indifferenza, il pensarsi isole, il guardare la realtà da spettatori, magari raffinati critici e attenti giudiconi. Chiudersi, per proteggersi o per banale egoismo, fa male a tutti, alla chiesa, alle singole persone e anche a questa casa comune che è la città! Papa Francesco lo ripete continuamente! Chiudendoci nelle case o nei palazzi o in noi stessi ci ammaliamo! E camminare assieme è una straordinaria e appassionante avventura!

Qui trovo un umanesimo e un’intelligenza sapiente che rappresenta un’eredità di tante generazioni e che ha tanto da donare, direi deve donare, ad un mondo spesso imbarbarito, violento, che urla invece di pensare, che cura l’apparenza e disprezza il contenuto. Un mondo complesso e minaccioso chiede cuori intelligenti e tanta solidarietà, possibile sempre a tutti, indispensabile per tutti. Ringrazio allora per questa città, così bella, certo  con tante sofferenze, ma anche con tanta ricchezza. Il Signore mi chiede di amarla e vorrei che questo mio inizio aiuti  anche voi  a guardarla  con occhi nuovi, a riscoprirla bella e in essa, come dice Papa Francesco trovare “quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze. Egli vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia. Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata”. Nel rispetto dei ruoli, con lo specifico dell’essere discepolo di Gesù, e nel comune impegno alla solidarietà, tra istituzioni e tra persone, tra religioni, tra sensibilità diverse, ecco con tutta la Chiesa di Bologna collaboreremo con le autorità e con quanti hanno a cuore questa piazza grande che è la città intera. Essa è nota per i portici che fisicamente favoriscono l’accoglienza e il desiderio di mettere in relazione. I portici proteggono tutti, specialmente i più deboli, coloro i cui passi sono diventati incerti. Cominciamo da loro, dai nuovi italiani (basta chiamare stranieri i compagni di classe che crescono con noi!), da chi non ha casa, da chi è vittima della tortura della solitudine, da chi è smarrito nel mondo della disoccupazione, specialmente i più giovani, da chi cerca futuro e protezione perché scappa dalla guerra, le cui sofferenze voi ben conoscete. Cominciamo da quei tanti che sono sulle panchine per i quali possiamo noi trovare il modo di  dargli le carezze di cui hanno bisogno, come cantava il poeta. E in realtà “a modo mio” ne abbiamo bisogno tutti, come anche di pregare Dio. La Madonna di San Luca ci protegga e ci aiuti. Tutti.

 

Omelia nella S. Messa di insediamento

Rallegratevi sempre nel Signore, ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino. E l’apostolo aggiunge “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti”. Sempre, non solo quando le cose vanno bene. Una gioia vera! L’avvento è annuncio di gioia, irrompe nella concretezza del nostro tempo con la forza di Giovanni Battista, entra nella fatica e nei limiti dei nostri giorni. Il Signore che viene, accende il cuore di speranza, apre al futuro, ridona la passione di cercare, il gusto di cambiare, di costruire quello che ancora non c’è ma verrà. Io oggi inizio con gioia il mio servizio alla Chiesa di Bologna. La Chiesa è la nostra famiglia. Quando non lo è e la viviamo da estranei, da condomini, da esigenti spettatori o da analisti critici, essa diventa un’istituzione dove facilmente si vive ignorandosi, parlando male o finendo per non parlare, divisione silente! La Chiesa è la famiglia di quanti hanno accolto il Verbo che si è fatto carne e che sono stati generati a figli, non da volere di sangue né di uomo ma solo per l’amore misericordioso di Dio. Ed è per me una grazia nella grazia potere iniziare mettendomi insieme a voi tutti in cammino verso la porta santa che è Cristo e la sua misericordia. Questa è la Chiesa: un popolo di pellegrini, di gente di strada, una famiglia che attraversa la porta che è Cristo perché ascolta la sua voce, la riconosce nella confusione e nell’incertezza della vita. La porta fa entrare in un’altra dimensione e permette di non restare prigionieri della propria. Questa porta ci apre il cuore a tutta la città. La porta ci appare piccola ed è davvero stretta quando crediamo di poterla attraversare portando tutto e restando sempre uguali a noi stessi. E per attraversare la porta dobbiamo aprire noi la porta alla sua misericordia! Non abbiamo paura di farlo entrare nel nostro cuore: bussa dolcemente, non si impone, non ci umilia. Anzi. E a quanti gli aprono il cuore Gesù apre il suo cuore, cioè dona la misericordia tanto più larga dei nostri giudizi poveri di amore, che sono proprio il contrario della misericordia. La misericordia è un cuore che si apre e che rincuora, dona cuore, trasmette speranza. Passeremo la porta santa che ci apre alla Chiesa, questa famiglia di misericordia e di poveri peccatori perdonati. Questa porta in realtà ci apre al mondo, per incontrare tutti, specialmente i poveri e i tanti pellegrini con noi bisognosi tutti di misericordia! Vorrei che oggi fosse un inizio per me e per tutti noi, un anno di rinnovamento, imprevedibile come la misericordia, di riscoperta, di nuova passione, di entusiasmo. Sappiamo quanto è facile, di fronte alle difficoltà, alle delusioni “lasciarsi cadere le braccia” e farci conquistare dalla rassegnazione, spesso elegante, piena di motivazioni per dimostrare che non è possibile fare niente e non vale mai la pena; per suggerire soluzioni modeste e già sperimentate; per non farci mai rischiare nell’amore. Invece, ogni volta che aiutiamo con amore chi ha fame e sete, chi è nudo, carcerato, malato, forestiero, ecco attraverseremo di nuovo la porta santa e troveremo quello che cerchiamo: donando misericordia scopriamo quanto è amata la nostra vita da questo Dio che si fa bambino per noi, per me. Se amate quelli che vi amano e se amate come vi amano, che fate di straordinario? La misericordia diventa l’ordinario per uomini che trovano finalmente cuore e non rinunciano a vivere con il cuore in questo mondo spesso così disumano, freddo, che si abitua con cinismo a tutto, che non sa più piangere, che ha tanti mezzi per scarsi e rachitici fini, come si lamenta Papa Francesco nella Laudato Sì. Ed è così perché cerca la gioia nel benessere individuale e non nell’amore. Solo la misericordia ci fa avere un contatto vero con gli altri, ce li fa conoscere per davvero, molto più dei giudizi. Per questo cerchiamo nell’altro sempre il bello, quello che unisce, quello che può far del bene, quello che lo rende grande, che gli è utile. Questo è anche quanto vorrei nel mio servizio alla comunione, a questa famiglia, che comunica con gioia il Vangelo e che ha i poveri come i suoi fratelli! Diceva Giovanni Paolo II all’inizio del nuovo millennio, che il nostro programma è sempre lo stesso: il Vangelo. E lo è anche oggi! Ai cristiani da laboratorio appare troppo poco, ma è l’unica proposta che genera la vita. E la comunione non è solo un fine, non è solo un dono ma è anche il metodo con cui vivere assieme e rendere più bella e solidale la città.
La gioia del Vangelo si confronta con i tanti motivi di preoccupazione, che agitano i nostri cuori e il mondo. A qualcuno può apparire ingenua, pensando alle sfide che dobbiamo affrontare e alle tante insostenibili sofferenze del nostro tempo. Ma la nostra gioia non è scappando il confronto con la realtà, chiudendosi in paradisi finti, smettendo di lottare contro il male. L’avvento ci prepara a riconoscere la nostra gioia nella debolezza scandalosa della mangiatoia di Betlemme. La gioia si misura con le difficoltà vere della vita ed è lotta. E tutt’altro che buonismo! La misericordia vede e prepara quello che ancora non c’è,  “Credo, Signore, in Te Parola. Credo non in ciò che vedo, credo senza vedere e credo che vedrò. Il segno è il figlio della Vergine”, pregava il sacerdote di Roma, Andrea Santoro, martire in Turchia, uomo di profonda e sofferta gioia. Anche noi domandiamo oggi a Giovanni Battista “cosa dobbiamo fare”, smettendo di ricorrere alle nostre abitudini e alla sapienza triste del pensare a sé. Percorrete, risponde, la via della gratuità, del dono, regalando quello che avete a chi non lo ha. La misericordia non si riceve solo, ma si dona! La gioia è nella solidarietà perché la troviamo nel preparare per gli altri e nel rispondere noi, con quello che abbiamo, alle loro domande. Giovanni propone ai pubblicani la via della legalità, del lavoro come servizio, di un senso sobrio della vita. E poi ai soldati, uomini abituati a essere aggressivi, violenti, che cercano la gioia nell’affermazione del proprio ruolo, della considerazione, della propria forza che umilia gli altri, Giovanni Battista chiede di non maltrattare mai nessuno, cioè di essere umili e di accontentarsi,  cioè di non essere ossessionati e deformati dalla logica del possedere, che rende voraci e violenti, liberandosi dal demone del consumismo che ci fa credere di stare bene perché abbiamo tanto. Il cristiano è per la gioia, ma vera, non drogata, non l’inferno di una gioia individuale. 
Vorrei finire con un’immagine evocata proprio 50 anni fa da Paolo VI, al termine di quel Concilio Vaticano II  che tanti frutti deve ancora offrire alla chiesa e al mondo. Questo il tempo opportuno per aiutarci a seminare di nuovo e con larghezza il seme buono del Vangelo, per alzare lo sguardo e vedere le messi che già biondeggiano. “Come un suono di campane si effonde nel cielo, e arriva a tutti ed a ciascuno così il Nostro saluto, in questo momento, a tutti ed a ciascuno si rivolge. A quelli che lo accolgono, ed a quelli che non lo accolgono: risuona ed urge all’orecchio d’ogni uomo. Per la Chiesa cattolica nessuno è estraneo, nessuno è escluso, nessuno è lontano. Ognuno, a cui è diretto il Nostro saluto, è un chiamato, un invitato; è, in certo senso, un presente. Lo dica il cuore di chi ama: ogni amato è presente! Tutti, tutti Noi amiamo!”. L’immagine che accompagna la nostra celebrazione è Maria che avvolge con il suo grande mantello tanti e diversi uomini. Sono tanti, perché l’ambizione di Maria è che tutti siano protetti. Quanta insicurezza, non solo nella malattia e quanta sofferenza domandano protezione! Tutti hanno bisogno di questo mantello! Il mantello è questa Chiesa madre dei più piccoli, che vuole  stare vicino, dare speranza, consolare, garantire il necessario, prendere la mano, accompagnare, fare sentire amati anche quando tutto sembra solo condanna, difendere come si può il soffio della vita. Aiutiamo come possiamo, a rafforzare questo mantello perché molti possano sperimentare questa calda protezione e felicità fin da oggi! Grazie Signore e donaci sempre la tua misericordia.

(Fonte Chiesa di Bologna)

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